venerdì 29 novembre 2013

Educare: questione di adulti

Pubblicato da santamariadelcarmine a venerdì, novembre 29, 2013 0 commenti
Giovedì 28 Novembre, presso la Sala Convegni "Porto Giardino", ha avuto luogo il Convegno Pastorale Diocesano dal titolo "Educare: questione di adulti".
Relatore della serata, presieduta dal nostro Vescovo Domenico Padovano, è stato don Andrea Fontana, responsabile per il catecumenato della Diocesi di Torino, invitato ad offrire la propria riflessione sul tema scottante dell'educazione, la sfida del nostro tempo promossa dal Progetto Pastorale Diocesano 2011-2020 dal titolo "Urgenza dell'ora: educare".
L'invito del nostro Vescovo è stato recepito in massa dai membri dei Consigli Pastorali e dagli operatori pastorali della nostra diocesi: una partecipazione attiva ed emotiva che si è tradotta anche in numerosi interventi importanti in interazione con la riflessione di don Andrea. 
Dopo il saluto introduttivo di Mons.Padovano (clicca qui per scaricare ed ascoltare l'intervento) e prima dell'ascolto di due importanti testimonianze di esperienze pastorali con gli adulti, è toccato a don Andrea catturare l'attenzione dei presenti con una profonda riflessione sull'educazione e sull'essere adulto i cui punti essenziali sono stati sintetizzati in un testo distribuito ai presenti (in basso è possibile visualizzare la ripresa amatoriale della prima parte e della conclusione dell'intervento di don Andrea Fontana):

Non essendo né un sociologo né uno psicologo, se non secondo il buon senso e l’esperienza acquisita, non mi addentro in analisi che non mi competono, ma rifletterò con voi sul tema “educazione” e sul tema “adulti” esclusivamente (anche se non solo) dal punto di vista della fede cristiana. Essa è il motivo per cui esistono le nostre parrocchie ed è il motivo per cui noi siamo riuniti qui in assemblea.

1. L’identità perduta: prima di educare, occorre generare

Viviamo oggi in un mondo pluralista, multiculturale, di libero e soggettivo pensiero. Ciò vuol dire che prima di ogni altra azione pastorale è necessario oggi far nascere la fede. “Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare”.
E se il nostro compito educativo, come vedremo ha caratteristiche specifiche, soprattutto verso gli adulti, il primo compito educativo oggi è far nascere la fede in chi l’ha smarrita, far nascere adulti che si incamminino verso la fede e vogliano viverla nella pienezza della loro umanità. E’ dunque un compito generativo o ri-fondativo: quest’azione è tipica della Chiesa e si chiama iniziazione cristiana, che comprende tutti gli aspetti dell’educazione: la gradualità, la centralità della persona, la complessità di un adulto con le sue emozioni, le sue esperienze, i suoi ragionamenti ecc…

2. L’identità ricostruita: il tipico sistema educativo ecclesiale
In questo senso il primo annuncio genera persone “convertite” cioè disponibili. Da questa nascita o rinascita parte un cammino educativo che rappresenta il sistema educativo tipico della comunità cristiana: “’l’Iniziazione cristiana”.
La categoria dell’iniziazione cristiana, come sistema educativo della comunità cristiana in quanto adulta supera tutte le altre categorie per condurre verso un progetto definito dal suo stesso obiettivo (diventare cristiani, cioè pienamente uomini innestati in Cristo, vero uomo) e dalla sua metodologia che presuppone la capacità di accompagnare quotidianamente, stando vicino nonostante le lentezze, gli ostacoli, le contraddizioni con cui il bagno culturale in cui siamo immersi ci chiede di misurarci continuamente.

2.1 Lo specifico cristiano dell’educazione: modellare l’adulto su Gesù
2.2 Lo specifico cristiano dell’educazione: fare discepoli di Cristo

L’iniziazione cristiana rimane la forma educativa propria della comunità cristiana, quando vuole “condurre” all’incontro con Cristo, Maestro e Signore, che realizza pienamente la nostra umanità nella Sua divinità.

2.3 Il sistema educativo della comunità cristiana in quanto adulta

Partiti da Gesù e a Lui orientati, abbiamo dunque bisogno di questo sistema educativo, il quale faccia dell’iniziazione cristiana la sua caratteristica, non dimenticando che l’iniziazione è espressione di una comunità che educa con tutta la sua vita e manifesta la sua azione dentro una concreta esperienza di ecclesialità. L’iniziazione cristiana non è quindi una delle tante attività della comunità cristiana, ma l’attività che qualifica l’esprimersi proprio della Chiesa nel suo essere inviata a generare alla fede e realizzare se stessa come madre. Questa convinzione profonda appartiene già al Direttorio generale per la catechesi: “La catechesi è, pertanto, un’azione educativa realizzata a partire dalla responsabilità peculiare di ogni membro della comunità, in un contesto o clima comunitario ricco di relazioni, affinché i catecumenati ed i catechizzandi si incorporino attivamente nella vita della comunità”.

Presupposti non scontati: articolare un “sistema” educativo:
·         L’azione missionaria per i non credenti o gli indifferenti: molti cristiani praticanti oggi non sono credenti o sono indifferenti, aderendo semplicemente a usanze religiose o gesti saltuari.
·         L’azione iniziatica per quelli che necessitano di ristrutturare la loro iniziazione: quanti adulti in Italia non sono mai stati iniziati consapevolmente. O hanno subito un’iniziazione “infantile” non più adeguata all’età adulta.
·         L’azione pastorale per i fedeli cristiani già presenti nel seno della comunità cristiana; quei pochi laici che oggi sono fedeli esecutori e collaboratori dei parroci; quei fedeli che devono educarsi continuamente per giungere alla santità, alto profilo di ogni adulto cristiano. 

3. La proposta educativa della comunità

Un itinerario che si rinnova sempre attraverso percorsi di fede che cambiano le persone, accompagnandole quotidianamente, intrecciando relazioni significative.

Evidenti conseguenze pastorali

Cambio di mentalità-cambio di linguaggio- cambio delle strutture

Conclusione aperta

In altre parole, ho cercato di rispondere agli interrogativi che mi sono stati posti, quando sono stato invitato a venire tra voi: quale idea di educazione abbiamo? R/ Per noi educare significa generare alla fede e accompagnare l’adesione a Cristo per diventare in Lui uomini “perfetti”. Una storia “abitata” da Cristo. Chi è l’adulto? R/ Non possiamo dare una definizione chiusa, ma solo “aperta”, perché ogni uomo è in cammino: compie nella sua vita un percorso fino alla perfezione finale propria di ognuno. Come si diventa adulti? R/ Adulti cristiani si diventa attraverso l’iniziazione cristiana. C’è spazio per gli adulti nelle nostre parrocchie? R/ Se spazio non c’è dobbiamo crearlo, inventando luoghi in cui possano incontrarsi e maturare scelte coerenti di vita quotidiana e trasmetterla ai figli e nipoti.
                                                             
                                                             

mercoledì 27 novembre 2013

Tifone Haiyan: un'emergenza umanitaria

Pubblicato da santamariadelcarmine a mercoledì, novembre 27, 2013 0 commenti
Domenica 1 dicembre 2013 in tutte le chiese d’Italia si terrà una colletta nazionale indetta dalla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana a sostegno delle popolazioni colpite dal Tifone Haiyan nelle Filippine. Dal sito Caritas Italiana:
 
Il Tifone Haiyan che ha colpito negli ultimi giorni le Filippine, ha lasciato dietro di sé, secondo fonti Caritas, decine di migliaia di morti, feriti, dispersi, probabilmente con numeri molto superiori alle stime attuali. Il disastro si configura pertanto come “un’emergenza umanitaria di massa”, di altissimo livello per devastazione e complessità, vista l’alta densità della popolazione e la vastità del territorio colpito. Moltissime regioni interne non sono ancora state raggiunte dai soccorritori, cosa che fa pensare e rafforza la probabilità che il numero delle vittime e l’entità dei danni siano destinati a crescere.
 
«Desidero assicurare la mia vicinanza alle popolazioni delle Filippine e di quella regione, che sono state colpite da un tremendo tifone. Purtroppo le vittime sono molte e i danni enormi. Preghiamo per questi nostri fratelli e sorelle, e cerchiamo di far giungere ad essi anche il nostro aiuto concreto», ha detto domenica 10 novembre all'Angelus Papa Francesco.
 
Domenica 1 dicembre 2013 in tutte le chiese d’Italia si terrà una colletta nazionale (video messaggio del direttore di Caritas Italiana) indetta dalla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana a sostegno delle popolazioni colpite. Le offerte raccolte verranno inviate a Caritas Italiana che si è prontamente mobilitata accanto alla Caritas locale, in collegamento con la rete internazionale, mettendo subito a disposizione 100.000 euro, a cui si sono aggiunti poi altri 100.000, e attivando  una raccolta fondi a sostegno degli interventi nelle zone colpite. La Presidenza della Cei ha inoltre già stanziato tre milioni di euro dai fondi derivanti dall’otto per mille, da destinarsi alla prima emergenza, sottolineando l'attivazione di Caritas Italiana e le parole del Direttore don Francesco Soddu, circa «l’importanza di un aiuto concreto e immediato». 
 
 
caritas manilaUn operatore di Caritas Italiana è nelle Filippine, dove resterà sino al 3 dicembre, a supporto del coordinamento locale. Un primo intervento di emergenza pari a 4,5 milioni di euro prevede di portare aiuti a 55.000 famiglie in 9 diocesi. Sono già stati distribuiti 68.310 pacchi di alimenti a 345.000 persone in 13 diocesi. “Le preghiere, la solidarietà e la mobilitazione della Caritas con il sostegno di tanti fratelli e sorelle in tutto il mondo ci è di grande conforto e ci consente di sperare e di impegnarci per la ripresa e la ricostruzione”. Così S.E. Mons. Broderick Pabillo, vescovo ausiliare di Manila e presidente di Caritas Filippine ha espresso in un video il ringraziamento a quanti stanno rispondendo con generosità agli appelli lanciati. In particolare, accogliendo l’appello del Papa ad essere “generosi nella preghiera e con l’aiuto concreto”, Caritas Italiana si è subito affiancata alla Caritas locale per sostenerne i primi interventi.
 
La situazione e l'azione CaritasMolte strade sono ancora impraticabili e la carenza di cibo resta una delle maggiori preoccupazioni. In molte zone manca la corrente e in altre – come Capiz, Iloilo e Antique – non c’è acqua potabile. Caritas Filippine insieme ai Centri diocesani di azione sociale e grazie al sostegno della rete internazionale  continua nelle azioni di aiuto in tutte le 11 diocesi: Palo, Borogngan, Naval, Jaro, Antique, Capiz, Kalibo, Taytay, Cebu, Masbate, San Jose de Mindoro. La distribuzione degli aiuti richiede uno sforzo logistico imponente con l’uso di aerei ed elicotteri, ma può contare anche sulla mobilitazione di migliaia di volontari e sulla rete delle parrocchie. Prosegue anche lo sforzo per raggiungere le aree non ancora monitorate e si sta sempre più articolando un piano organico di intervento su base nazionale dell’intera rete Caritas. Il 18 novembre si è tenuta una riunione dei vescovi e dei direttori Caritas.
 
La sede Caritas a Manila è diventato un centro operativo dove 250 volontari sono al lavoro per confezionare pacchi con generi alimentari (soprattutto riso e farina) che vengono poi distribuiti alle famiglie di Leyte. Nelle prossime settimane si prevede di raggiungere con 20.000  pacchi di alimenti altrettante famiglie nelle 9 zone più colpite. In collaborazione con il CRS della rete Caritas sono già stati distribuiti aiuti, in particolare tende, a 18.000 famiglie sfollate nella zona di Cebu City ed è stato messo a punto un piano di interventi in favore di 100.000 famiglie, 500.000 persone, che prevede alloggi, di emergenza e permanenti, distribuzione di acqua, prodotti per l’igiene, attrezzature per la cucina e generi non alimentari di prima necessità. Inoltre si coinvolgeranno le comunità locali nella pulizia e nella rimozione delle macerie dalle aree colpite.
 
Ad ogni famiglia vengono consegnati: un kit con 1 materasso matrimoniale, 3 coperte, una torcia con batterie; prodotti per l’igiene (10 saponette da 135 g, 3 pezzi da 480 g di sapone da bucato, 5 spazzolini, 2 tubetti di dentifricio da 150 ml, 2 pacchi di salviette igieniche, 3 asciugamani); una tanica con rubinetto con 20 litri di acqua; un secchio con coperchio da 16 litri; un kit per cucina (5 cucchiai, 5 forchette, 5 piatti e 5 bicchieri in plastica, 1 pentola). Leggi qui il dettaglio degli interventi (.pdf).
 
Caritas Italiana nel sollecitare tutti alla solidarietà, invita in particolare le Caritas diocesane a rilanciare l’appello per la raccolta fondi (e non di materiale) e a tenersi in stretto coordinamento con Caritas Italiana per garantire la massima efficacia degli aiuti. Caritas Italiana è attiva da decenni nelle Filippine, in particolare nell’ambito delle ricorrenti emergenze naturali, come terremoti, alluvioni, frane, tempeste e tifoni tropicali. L’intervento si realizza a supporto di Caritas Filippine e in collaborazione con altre realtà locali, lavorando anche nella ricostruzione e nelle fasi successive.
 

 
Per sostenere gli interventi in corso, si possono inviare offerte a Caritas Italiana, via Aurelia 796 – 00165 Roma, tramite C/C POSTALE N. 347013 specificando nella causale: “Emergenza Filippine” . Offerte sono possibili anche tramite questi altri canali.

domenica 24 novembre 2013

Ordinazione presbiterale Fra Maurizio Mastronardi

Pubblicato da santamariadelcarmine a domenica, novembre 24, 2013 0 commenti
La comunità parrocchiale di Santa Maria del Carmine porge i suoi auguri più sentiti alla persona di Maurizio Mastronardi, cresciuto in mezzo a noi, il quale ieri sera ha ricevuto il Sacramento dell'Ordine Sacro nel suo secondo grado, il Presbiterato. Il rito dell'Ordinazione Presbiterale ha avuto luogo presso la Basilica Cattedrale Maria Santissima della Madia alla presenza del Vescovo della diocesi Domenico Padovano.
 L'augurio più grande è che il Signore possa illuminare il suo cammino e infondergli la giusta forza per affrontarlo degnamente!

giovedì 21 novembre 2013

Convegno Pastorale Diocesano

Pubblicato da santamariadelcarmine a giovedì, novembre 21, 2013 0 commenti

domenica 10 novembre 2013

«Cari giovani, amate la terra»

Pubblicato da santamariadelcarmine a domenica, novembre 10, 2013 0 commenti
Pubblichiamo il messaggio preparato dalla Commissione episcopale della Cei per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, in occasione della 63ª Giornata nazionale del Ringraziamento che si celebra oggi:

Giovani protagonisti dell’agricoltura

Carissimi giovani,
ci rivolgiamo direttamente a voi quest’anno, in occasione della Giornata nazionale del Ringraziamento per i frutti della terra, come Vescovi incaricati della pastorale sociale e del lavoro.
Lo facciamo avendo davanti a noi in primo luogo l’icona di Martino, giovane ufficiale romano, che, di fronte alle necessità di un povero infreddolito, taglia il suo mantello in due e lo condivide, donando un raggio di sole e di calore che resterà sempre impresso nella memoria di tutti noi. San Martino ci insegna a vivere la vita come un dono, facendo sgorgare la speranza laddove la speranza sembra non esserci.
Ci colleghiamo così alle costanti esortazioni di Papa Francesco: «Prima di tutto, vorrei dire una cosa, a tutti voi giovani: non lasciatevi rubare la speranza! Per favore, non lasciatevela rubare! E chi ti ruba la speranza? Lo spirito del mondo, le ricchezze, lo spirito della vanità, la superbia, lo spirito del benessere, che alla fine ti porta a diventare un niente nella vita» (Discorso agli studenti delle scuole gestite dai gesuiti in Italia e in Albania, 7 giugno 2013). Questo appello è stato rilanciato ai giovani di tutto il mondo, in occasione della veglia di preghiera a Copacabana: «Cari amici, non dimenticate: siete il campo della fede! Siete gli atleti di Cristo! Siete i costruttori di una Chiesa più bella e di un mondo migliore!» (Veglia di preghiera con i giovani, Rio de Janeiro, 27 luglio 2013).
Atleta era Martino, atleti siete voi, carissimi giovani, che avete scelto di restare nella vostra terra per lavorare i campi, con dignità e qualità, per fare della vostra campagna un vero giardino. Vi siamo grati e sentiamo che questa vostra vocazione rinnova l’intera società, perché il ritorno alla terra cambia radicalmente un Paese e produce benessere per tutti, ravviva la luce negli occhi degli anziani, che non vedono morire i loro sforzi, interpella i responsabili delle istituzioni. Abbiate consapevolezza di essere persone che vanno controcorrente, come vi ha esortato il Papa: «Voi giovani, siate i primi: andate controcorrente e abbiate questa fierezza di andare proprio controcorrente. Avanti, siate coraggiosi e andate controcorrente! E siate fieri di farlo!» (Angelus, 23 giugno 2013).
Certo, tra voi c’è anche chi lavora in campagna rassegnato, perché non ha trovato altro e forse vorrebbe una realtà di lavoro diversa, magari più gratificante. Ci permettiamo di esortarvi: non rassegnatevi, ma siate protagonisti, trasformando la necessità in scelta, immettendo in essa una crescente motivazione che si farà qualità di vita per voi, per le vostre famiglie, per i vostri paesi.
Pensiamo anche ai giovani immigrati, che lavorano nei campi, negli allevamenti, nella raccolta della frutta. Anche a voi suggeriamo di fare di tutto per esprimere una qualità e una professionalità crescente, in particolare attraverso lo studio e la conoscenza delle lingue, per farvi apprezzare ed entrare così a fronte alta nel mercato del lavoro rurale, che vi riconosce ormai indispensabili.
Agli imprenditori agricoli italiani chiediamo di valorizzare la passione lavorativa di chi arriva nelle nostre terre, creando le condizioni per un’inclusione e un’integrazione graduale, consapevoli che solo così tutti ne avranno vantaggio. Non ci sia sfruttamento, ma rispetto, valorizzazione e dignità.
Alla luce dell’ascolto quotidiano che, come vescovi, compiamo nelle visite pastorali, all’interno della realtà rurale delle nostre diocesi, ci sembra poi opportuno indicare una serie di limiti e di freni che incontrano oggi i giovani che desiderano ritornare alla terra e suggerire alcune attenzioni necessarie.

1 - Non sempre, nelle famiglie e nelle scuole, c’è stima adeguata per chi sceglie di fare l’imprenditore agricolo. Per questo è importante alimentare l’apprezzamento, da parte di tutta la società, per il lavoro della terra, affinché sia considerato come ogni altra vocazione e tutti i lavoratori vedano riconosciuta la stessa dignità, anche in termini economici.
2 - La burocrazia è spesso lenta e impacciata nell’attuazione di miglioramenti fondiari; le risorse finanziarie sono difficilmente reperibili; il credito non viene concesso agevolmente dalle banche. Tutto questo chiede che le nostre comunità cristiane accompagnino i giovani impegnati nel lavoro dei campi. Ci permettiamo anche un appello, rispettoso ma convinto, a chi va in pensione, affinché metta gratuitamente a disposizione dei giovani la propria esperienza imprenditoriale o amministrativa, aiutando così quel volontariato intellettuale da parte degli adulti che è il più bel contributo per la crescita del bene comune.
3 - Perché si freni lo spopolamento dei nostri paesi di montagna, è urgente investire sulle comunicazioni, sia nelle strade che nella rete telematica: diversamente, i nostri giovani saranno invogliati a cercare altrove possibilità di lavoro. Solo la permanenza dei giovani nei paesi, con la formazione di nuove famiglie, rallenterà lo spopolamento dei nostri centri.
4 - Chiediamo che le associazioni e i movimenti cattolici accompagnino i giovani imprenditori agricoli, creando per loro gruppi di sostegno sparsi nel territorio, utilizzando anche le nuove tecnologie telematiche. Nessuno da solo può pensare di restare sulla terra come imprenditore agricolo: troppe sono le fatiche e gli ostacoli. I giovani vanno spronati a fare alleanza fra le generazioni, come ci insegnano gli Orientamenti pastorali per questo decennio (cfr nn. 29 - 32).
5 - Fondamentale resta per ogni giovane il gesto di Martino: condividere quello che abbiamo, spartirlo fraternamente, poiché la fraternità è il fondamento e la via per la pace. Solo da questo stile di condivisione nascerà la fiducia nelle cooperative e nei consorzi, nei quali è possibile realmente diffondere il prodotto tipico di una terra, trasformandolo da marginale a identitario.

In questa Giornata ci sentiamo particolarmente vicini, nelle nostre Chiese locali, a tutti gli agricoltori d’Italia. Ci uniamo a loro anzitutto nella preghiera, richiamata emblematicamente nel momento dell’Angelus, come ritratto ad esempio nella famosa tela del pittore Jean-François Millet. Agli agricoltori desideriamo esprimere poi la nostra gratitudine per la loro fatica. Il nostro grazie si unisce al Magnificat di Maria di Nazareth, giovane come voi, carissimi! Pronta allo stupore e sollecita verso la cugina Elisabetta, Maria ci rassicura con il suo canto di lode, perché anche i piccoli e i poveri possono vincere nella battaglia della vita.
Vi indichiamo anche la figura di San Giuseppe, definito dal Papa «custode, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda e sa prendere le decisioni più sagge» (Omelia nella Santa Messa per l’inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma, 19 marzo 2013).
Vi benediciamo con affetto.

Roma, 4 ottobre 2013

Festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia

sabato 2 novembre 2013

Commemorazione dei fedeli defunti

Pubblicato da santamariadelcarmine a sabato, novembre 02, 2013 0 commenti
Martirologio Romano: Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nella quale la santa Madre Chiesa, già sollecita nel celebrare con le dovute lodi tutti i suoi figli che si allietano in cielo, si dà cura di intercedere presso Dio per le anime di tutti coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e si sono addormentati nella speranza della resurrezione e per tutti coloro di cui, dall’inizio del mondo, solo Dio ha conosciuto la fede, perché purificati da ogni macchia di peccato, entrati nella comunione della vita celeste, godano della visione della beatitudine eterna. La commemorazione dei fedeli defunti appare già nel secolo IX, in continuità con l’uso monastico del secolo VII di consacrare un giorno completo alla preghiera per tutti i defunti. Amalario, nel secolo IX, poneva già la memoria di tutti i defunti successivamente a quelli dei santi che erano già in cielo. E’ solo con l’abate benedettino sant’Odilone di Cluny che questa data del 2 novembre fu dedicata alla commemorazione di tutti i fedeli defunti, per i quali già sant’Agostino lodava la consuetudine di pregare anche al di fuori dei loro anniversari, proprio perché non fossero trascurati quelli senza suffragio. La Chiesa è stata sempre particolarmente fedele al ricordo dei defunti. Nella professione di fede del cristiano noi affermiamo: “Credo nella santa Chiesa cattolica, nella comunione dei Santi…”. Per “comunione dei santi” la Chiesa intende l’insieme e la vita d’assieme di tutti i credenti in Cristo, sia quelli che operano ancora sulla terra sia quelli che vivono nell’altra vita in Paradiso ed in Purgatorio. In questa vita d’assieme la Chiesa vede e vuole il fluire della grazia, lo scambio dell’aiuto reciproco, l’unità della fede, la realizzazione dell’amore. Dalla comunione dei santi nasce l’interscambio di aiuto reciproco tra i credenti in cammino sulla terra i i credenti viventi nell’aldilà, sia nel Purgatorio che nel Paradiso. La Chiesa, inoltre, in nome della stessa figliolanza di Dio e, quindi, fratellanza in Gesù Cristo, favorisce questi rapporti e stabilisce anche dei momenti forti durante l’anno liturgico e nei riti religiosi quotidiani. Il 2 Novembre è il giorno che la Chiesa dedica alla commemorazione dei defunti, che dal popolo viene chiamato semplicemente anche “festa dei defunti”. Ma anche nella messa quotidiana, sempre riserva un piccolo spazio, detto “memento, Domine…”, che vuol dire “ricordati, Signore…” e propone preghiere universali di suffragio alle anime di tutti i defunti in Purgatorio. La Chiesa, infatti, con i suoi figli è sempre madre e vuole sentirli tutti presenti in un unico abbraccio. Pertanto prega per i morti, come per i vivi, perché anch’essi sono vivi nel Signore. Per questo possiamo dire che l’amore materno della Chiesa è più forte della morte. La Chiesa, inoltre, sa che “non entrerà in essa nulla di impuro”. Nessuno può entrare nella visione e nel godimento di Dio, se al momento della morte, non ha raggiunto la perfezione nell’amore. Per particolari pratiche, inoltre, come le preghiere e le buone opere, la Chiesa offre lo splendido dono delle indulgenze, parziali o plenarie, che possono essere offerte in suffragio delle anime del Purgatorio. Una indulgenza parziale o plenaria offre alla persona interessata una parziale o plenaria riduzione delle pene, dovute ai suoi peccati, che sono già stati perdonati. Tale riduzione può essere fruita anche dai defunti, i quali possono essere liberati dalle loro pene parzialmente o totalmente. La commemorazione dei defunti ebbe origine in Francia all’inizio del decimo secolo. Nel convento di Cluny viveva un santo monaco, l’abate Odilone, che era molto devoto delle anime del Purgatorio, al punto che tutte le sue preghiere, sofferenze, penitenze, mortificazioni e messe venivano applicate per la loro liberazione dal purgatorio. Si dice che uno dei suoi confratelli, di ritorno dalla Terra Santa, gli raccontò di essere stato scaraventato da una tempesta sulla costa della Sicilia; lì incontrò un eremita, il quale gli raccontò che spesso aveva udito le grida e le voci dolenti delle anime purganti provenienti da una grotta insieme a quelle dei demoni che gridavano contro lui, l’abate Odilone. Costui, all’udire queste parole, ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 Novembre come giorno solenne per la commemorazione dei defunti. Era l’anno 928 d. C. Da allora, quindi, ogni anno la “festa” dei morti viene celebrata in questo giorno. Da allora quel giorno rappresenta per tutti una sosta nella vita per ricordare con una certa nostalgia il passato, vissuto con i nostri cari che il tempo e la morte han portato via, il bene che coloro che ci hanno preceduti sulla terra hanno lasciato all’umanità, e il loro contributo all’aumento della fede, della speranza, della carità e della grazia nella chiesa. Il 2 Novembre, poi, ci riporta alla realtà delle cose richiamando la nostra attenzione sulla caducità della vita. Questo pensiero richiama il fluire del tempo intorno a noi e in noi. Ci accorgiamo facilmente della trasformazione e del cambiamento del mondo a noi circostante: vediamo con indifferenza il passaggio delle cose e delle persone quando queste scivolano lentamente davanti a noi o non fanno rumore o non portano dolori e dispiaceri. Ogni passaggio, ogni spostamento comporta l’impiego del tempo, dice la dinamica della fisica. Che non è come quello del martello o di un qualsiasi strumento: dopo l’uso può essere ancora utilizzato. Il tempo no. Il tempo va via per sempre. Non ritornerà mai più. Resta il frutto maturato in quel tempo: quel che abbiamo seminiamo in quel tempo produce frutto. Se si è seminato vento si raccoglierà tempesta, recita il proverbio antico. Quel che viviamo è altro, non quello di prima. Con maggiore indifferenza non notiamo il fluire del tempo in noi. Il nostro “io” si erge in noi come persona fuori dal mondo e, quindi, estranea al mutare delle cose e al susseguirsi delle stagioni. Il nostro “io” è l’essere pensante che fa vivere e muovere le cose, che gioca con il giorno e con la notte e spinge le lancette dell’orologio e dona emozioni nella gioia e nel dolore. Questo dicono alcuni filosofi che hanno il culto dell’Idea e che per questo si chiamano idealisti. Ma poi l’io aggiorna le idee e si adegua ai nuovi pensieri e scopre il fluire del tempo in sé. L’io eterno entra nel tempo, si fa per dire, e avverte il suo logorio. Il presente appare provvisorio, tanto provvisorio da non contare, da “non essere” in sé: conclusione o epilogo di ieri, anticipo o prologo del domani. Tutta passa. Giorno dopo giorno il tempo va via. Passo dopo passo il cammino si affatica sempre più. Atto dopo atto il logorio delle forze fisiche che invecchiano si fa sempre più sentire. Passano le gioie e passano pure i dolori. Poi passeremo anche noi; e finiranno su questa terra anche i nostri giorni. Il richiamo alla realtà della nostra morte ci invita, pure, a dare importanza alle cose essenziali, ai valori perenni e universali, che elevano lo spirito e resistono al tempo. “Accumulate un tesoro nel cielo, dove né tignuola e né ladro possono arrivare”, consiglia Gesù Cristo ai suoi discepoli. Se tutto passa, l’amore di Dio resta. Il pensiero ritorna a noi. La certezza della morte deve farci riflettere, affinché possiamo essere pronti all’incontro con essa senza alcuna paura. Sarebbe un grande errore dire: “Mi darò a Dio quando sarò vecchio”, ed aspettare di cambiare i nostri cuori al momento della morte. Così come nessuno diventa all’improvviso cattivo, allo stesso modo nessuno diventa in un attimo buono. E ricorda che la morte può arrivare senza alcun preannunzio, improvvisamente. Si dice che la morte sia spaventosa: ma non è tanto la morte in sé a terrorizzarci, quanto piuttosto l’atto del morire ed il giudizio susseguente di dannazione o di salvezza eterna. E’, infatti, il terrore di un attimo e non dell’eternità a spaventarci. Dunque sorgono molte domande: come sarà quel momento? Quanto durerà? Chi mi assisterà? Sarò solo? Dove sarò? In casa, per strada, al lavoro, mentre prego o sono distratto in altre faccende? Quando mi sorprenderà? Il pensiero di trovarsi soli, faccia a faccia con la morte, vittima ed esecutore, può produrre disagio e paura mentre si è in vita. Eppure per i veri cristiani non dovrebbe essere così. La vita è un cammino che comporta il passaggio da una condizione all’altra, si passa dall’infanzia alla fanciullezza, dalla fanciullezza alla giovinezza, alla maturità, alla vecchiaia e dalla vecchiaia all’eternità attraverso la morte. Per questo, vista nella luce di Dio la morte diventa o dovrebbe diventare un dolce incontro, non un precipitare nel nulla, ma il contemporaneo chiudersi e aprirsi di una porta: la terra e il cielo si incontrano su quella porta. Del resto il pensiero della morte ritorna ogni volta che ci rivolgiamo alla Madonna con la preghiera del Rosario: “Santa Maria, madre di Dio prega per noi, adesso e nell’ora della nostra morte”. Si è detto che la morte sia la prova più dura della vita, ma non è vero. E’ l’unica cosa che tutti sanno di dovere affrontare! Il giovane e il vecchio centenario, l’intelligente e l’idiota, il santo ed il peccatore, il papa e l’ateo. Come passiamo dall’infanzia alla giovinezza, dalla giovinezza alla maturità e poi alla vecchiaia, così si passa dalla vita alla morte. Vista nella luce di Dio la morte diventa un dolce incontro, non un tramonto, ma una bellissima alba annunciatrice della vita eterna con Dio insieme agli angeli e ai santi che ci hanno preceduto in terra. 
Autore: Don Marcello Stanzione

venerdì 1 novembre 2013

Solennità di tutti i Santi

Pubblicato da santamariadelcarmine a venerdì, novembre 01, 2013 0 commenti
In occasione della solennità di tutti i Santi, nel porgere gli auguri di buona festa a tutti i visitatori (ricordando le celebrazioni liturgiche presso la nostra Parrocchia alle ore 09.30, 11.00 e 18.30), si invita alla riflessione con un importante scritto di Sant'Agostino, il santo che mosso da santa invidia soleva ripetersi: “Se tanti e tante perché non io?”

Vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, d'ogni nazione, d'ogni tribù, d'ogni lingua e stavano davanti al trono vestiti di bianco, con la palma in mano e cantavano con voce potente: Gloria al nostro Dio  (Ap 7,9-10)
   
Agostino, De sermone Christi in monte, 1, 2-10
Il «Discorso della montagna»

       E, prendendo la parola, così li [i discepoli] ammaestrava (Mt 2,5).

       Se si vuole sapere il significato del monte, si comprende bene che esso vuol dire i precetti più importanti sulla giustizia, per il fatto che i più secondari erano già stati dati ai Giudei.

       Tuttavia, l’unico Dio, attraverso i santi profeti e i suoi servitori, distribuì, secondo i tempi, in modo ordinato, i comandamenti meno importanti al suo popolo che aveva bisogno ancora del timore per tenerselo unito, e per mezzo del suo Figlio dare al popolo quelli più grandi che era conveniente che fosse liberato dall’amore.

      

Poiché, d’altra parte, s’impartiscono ai piccoli i precetti di minore gravità, ed ai più grandi quelli di maggiore importanza, questi sono dati solo da Colui che ritiene conveniente per i propri tempi offrire un rimedio al genere umano. Né deve suscitare sorpresa il fatto che si diano precetti maggiori per il Regno dei cieli, e i minori siano dati per il regno temporale da quel medesimo unico Dio, che creò il cielo e la terra. Su questa giustizia, quindi, che è maggiore, è detto per mezzo del profeta: La tua giustizia è simile ai monti di Dio (Ps 35,7); e questo significa bene quello che viene insegnato sul monte dall’unico Maestro, solo capace di insegnarci così grandi verità. Ma mentre sta seduto, egli insegna, poiché ciò si addice alla dignità del maestro. E gli si avvicinano i suoi discepoli, affinché con l’ascoltare le sue parole, fossero più vicini, anche fisicamente, coloro che si disponevano con l’animo ad adempiere i precetti.

       Prendendo la parola, li ammaestrava, dicendo (Mt 2,5).

Questo modo di dire, chiamato: prendendo la parola (aprendo la sua bocca), forse nello stesso tempo fa valere che il suo discorso sarà piuttosto lungo, almeno che non si applichi ora poiché fu detto che aveva aperto la bocca Colui che soleva aprire nell’antica legge le bocche dei profeti. Che cosa, dunque, dice? Beati i poveri di spirito, perché ad essi appartiene il regno dei Cieli (Mt 2,5). Leggiamo che è stato scritto sul desiderio dei beni temporali: Tutte le cose sono vanità e presunzione dello spirito (Si 1,14); d’altra parte e a presunzione dello spirito sta ad indicare l’audacia e la superbia. Generalmente si dice che anche i superbi abbiano grandi menti, e questo, [è detto] rettamente, dal momento che anche il vento è chiamato spirito, per cui fu scritto: Fuoco, grandine, neve, ghiaccio, sono aria di burrasca (Ps 148,8). Ma chi potrebbe ignorare che i superbi arroganti sono chiamati come gonfiati dal vento? Di qui anche quel detto dell’Apostolo: La scienza si vanta, la carità edifica (1Co 8,1). Perciò, giustamente qui sono compresi per poveri di spirito, gli umili e i timorosi di Dio, cioè quelli che non hanno lo spirito vanitoso. Né d’altronde fu affatto conveniente iniziare con la beatitudine [il discorso] giacché essa farà giungere alla più alta sapienza.

Il timore del Signore, al contrario, è l’inizio della sapienza, e, per contrario, è scritto, l’inizio di ogni peccato è la superbia (Si 1,9).
I superbi, quindi, desiderino ed amino i regni della terra.

       Beati, invece, i poveri in spirito, poiché ad essi appartiene il regno dei Cieli (Mt 5,3).

       Beati i miti perché avranno la terra in eredità (Mt 5,4), quella terra, credo, di cui si dice nei salmi: Tu sei la mia speranza, la parte di eredità nella terra dei viventi (Ps 141,6). Ha anche, infatti, il significato di una certa saldezza e stabilità, dell’eterna eredità, dove l’anima a causa di un buon sentimento riposa come nella sua patria, come il corpo sulla terra, ed ivi si nutre del cibo, adatto per lei come il corpo sulla terra.

Essa stessa è il riposo e la vita dei santi. I miti, d’altra parte, sono coloro che cedono davanti alle iniquità e non sanno resistere al male, ma prevalgono sul male col bene. Siano, pure, rissosi e lottino i violenti per i beni terreni e temporali, ma: Beati sono i miti perché avranno in eredità la terra dalla quale non possono essere cacciati.

       Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati (Mt 5,5)

       Il lutto è la tristezza per la scomparsa dei propri cari. Al contrario, indirizzati verso Dio perdono quelle cose che da loro venivano preferite come care in questo mondo; infatti, non si rallegrano di queste cose di cui prima gioivano, e finché in essi c’è l’attaccamento dei beni eterni, sono afflitti da non poca tristezza. Saranno consolati, quindi, dallo Spirito Santo, che, per eccellenza, è chiamato appunto il Paraclito, cioè il Consolatore, affinché, mentre perdono la gioia temporale, gioiscano del gaudio eterno.

       Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati (Mt 5,6).

       Già chiama questi affamati ed assetati, le vere ed autentiche persone probe. Essi saranno, dunque, saziati di quel cibo del quale lo stesso Signore dice: Il mio cibo consiste nel fare la volontà del mio Padre (Jn 4,34), poiché è la giustizia, e quella stessa acqua della quale chiunque berrà, come egli stesso dice, sorgerà in lui una fonte di acqua zampillante per la vita eterna (Jn 4,14).

       Beati i misericordiosi perché riceveranno misericordia (Mt 5,7). 

       Dice che sono beati quelli che soccorrono i bisognosi, poiché saranno talmente compensati, da essere liberati dalla loro necessità.

       Beati quelli che hanno il cuore puro, perché vedranno Dio (Mt 5,8).

       Quanto sono stolti, dunque, coloro che cercano Dio con questi occhi di carne, mentre vedono col cuore, come altrove è stato scritto: Con cuore semplice cercatelo! (Sg 1,1). Il cuore puro, infatti, è il cuore semplice. E allo stesso modo questa luce non si può vedere se non con occhi puri, così non si può vedere Dio, se non è limpido ciò col quale si può vedere.

       Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9).

       Nella pace è la perfezione, dove nessuna cosa ripugna; e, pertanto, i figli di Dio sono operatori di pace, poiché niente resiste a Dio, e, senza dubbio, debbono avere la rassomiglianza col Padre. Operatori di pace, d’altra parte, sono in se stessi, tutti quelli che equilibrano i movimenti del proprio animo e lo sottomettono alla ragione, vale a dire all’intelligenza ed all’anima, e sottomettendo e domando i cattivi desideri della carne, diventano il regno di Dio, nel quale sono talmente ordinate tutte le cose, che ciò che vi è nell’uomo di importante e nobile, venga sottomesso alle rimanenti cose opposte che sono in noi e ci accomunano agli animali, e ciò che è più nobile nell’uomo, cioè l’intelligenza e la ragione, siano sottomesse alla parte migliore, cioè alla stessa verità, l’unigenito Figlio di Dio. 


Né, infatti, si può comandare alle cose inferiori se non si sottomette, egli stesso, alle cose superiori. E questa è la pace che è concessa in terra agli uomini di buona volontà, questa è la vita del sapiente costante che ha raggiunto la perfezione. Da questo particolare regno, molto tranquillo ed ordinato, fu espulso il principe di questo mondo, che ha il dominio sugli uomini perversi e smodati. Internamente con questa pace costituita e salda, qualsiasi persecuzione scatenerà dal di fuori colui che ne fu espulso, aumenterà la gloria che è secondo Dio, non turbando alcunché in quell’edificio, ma con le sue arti, a quelli che ne son privi, quanta saldezza nell’interno sia stata edificata.

       Per questo segue: Beati quelli che soffrono persecuzioni a causa della giustizia, perché proprio ad essi, appartiene il Regno dei Cieli (Mt 5,10).

Esistono d’altronde queste otto beatitudini. Per la qual cosa a questo loro numero occorre fare attenzione.

  1. Ha inizio, in effetti, la beatitudine dell’umiltà: Beati i poveri in spirito... (Mt 5,4), vale a dire i non superbi, mentre la loro anima si sottomette alla divina volontà, nel timore che dopo questa vita non si diriga verso le pene anche nel caso che in questa vita [l’anima] forse possa sembrare beata.
  2. Si giunge alla conoscenza delle divine Scritture, nella quale è necessario che essa si mostri mite per il suo sentimento religioso, affinché non osi biasimare ciò che agli inesperti sembra contraddittorio e si renda indocile con le ostinate discussioni.
  3. Già comincia a sapere con quali legami di questo secolo venga trattenuto attraverso l’abitudine dei sensi e i peccati. Pertanto, in questo terzo grado nel quale risiede la scienza, viene rimpianta la perdita del sommo bene, poiché è attaccato alle cose ultime.
  4. Nel quarto grado, poi, vi è la fatica, dove violentemente si cade, affinché l’animo si sradichi attaccato [com’è] da quelle cose con una deleteria dolcezza. Qui, dunque, ha fame e sete la giustizia, e la fortezza, estremamente necessaria, per il fatto che non si lascia senza dolore ciò che col piacere viene attratto.
  5. Con il quinto grado, inoltre, viene offerto a quelli che perseverano nella fatica, il consiglio di evadere, poiché se ognuno non viene aiutato dall’Essere superiore, in nessuna maniera può essere adatto a liberarsi da impedimenti così grandi dalle miserie. È, invero, un giusto consiglio, che colui che vuole essere aiutato da uno più forte, aiuti il più debole, col quale egli stesso è più potente. Perciò: Beati quelli che usano misericordia, poiché essi riceveranno la stessa misericordia (Mt 5,7).
  6. Con il sesto grado è richiesta la purezza di cuore, avvalendosi della retta coscienza delle buone opere, per contemplare quel sommo bene, il quale può essere visto col puro e sereno intelletto.
  7. Per ultimo c’è la stessa settima sapienza, cioè la contemplazione della verità rendendo operatore di pace l’intero uomo e ricevendo la somiglianza di Dio, che, così si esprime: Beati gli operatori di pace, poiché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9).
  8. L’ottava beatitudine, per così dire, ritorna alla prima, perché mostra il bene perfetto e raffinato e lo approva. Per questo nella prima e nell’ottava è nominato il Regno dei Cieli: Beati i poveri in spirito, perché ad essi appartiene il Regno dei Cieli e: Beati quelli che soffrono persecuzione a causa della giustizia, poiché di essi è il Regno dei Cieli ( Mt 5,10). Quando già si dice: Chi ci separerà dall’amor di Cristo? forse la sofferenza, oppure l’angoscia, o la persecuzione, o la fame o la nudità, o il pericolo o la spada? (Rm 8,35).
Sette sono, dunque, quelle che rendono perfetti; l’ottava, in effetti, rende esplicito e rivela ciò che è perfetto.
 
 

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